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CANTO XVII 87

con tanto amore, come d’un padre pel figlio tornato
dopo l’assenza lunga, pur ora, da terra straniera.
Cosí quegli m’offri, coi figli suoi nobili, ospizio.
Ma del tenace Ulisse, da niuno degli uomini, disse,
udito avea parlare, se fosse ancor vivo, o già morto.
Ma presso Menelao, guerriero, figliuolo d’Atrèo,
ei m’inviò, cavalli prestandomi e solidi cocchi.
Elena argiva qui vidi, per cui tante pene gli Achei
sostennero e i Troiani; ma fu per volere dei Numi.
E dunque, Menelao, gagliardo guerriero, mi chiese
per qual bisogno a Sparta divina io mi fossi recato.
Onde io risposi a lui, senza nulla detorcer dal vero;
ed ei queste parole mi diede in risposta, mi disse:
«Povero me, nel letto d’un uomo davvero gagliardo,
imbelli come sono, si sono voluti cacciare,
come quando una cerva nel covo d’un fiero leone
depone i suoi cerbiatti, lattonzoli nati di fresco,
poi s’allontana cercando le balze e l’erbose convalli
per pascolare; e intanto ritorna al suo covo la fiera,
ed i cerbiatti entrambi finisce, con misero strazio.
Del pari Ulisse i Proci spegnerà con misero strazio.
Deh I, Giove, sommo padre, deh I, Apolline e Atena, se mai
tale in vigore, quale un di nella florida Lesbo,
surse, ché il Filomelide l’aveva sfidato alla lotta,
e l’atterrò di gran forza, gioendone tutti gli Achivi:
deh, se, mai tale giungesse tra i Proci il figliuol di Laerte!
Pronta per loro sarebbe la fine, ed amare le nozze.
Quello che poi mi chiedi con tanta preghiera, vo’ dirti,
senza dal vero punto scostarmi, né trarti in inganno;
ma ciò che a me diceva del mare il veridico vecchio.