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6 ODISSEA

E come quattro maschi puledri trascorrono il piano,
che della sferza ai colpi si mossero tutti ad un punto,
ed a gran balzi, dal suolo si spiccano, e compion la via:
cosi si sollevava la poppa del legno; e di dietro
rigorgogliava il flutto purpureo del mare sonoro.
Sicuramente la nave correa senza indugio; né aggiunta
l’avrebbe uno sparviero, eh" è pur degli uccelli il piú ratto:
con tale impeto i gorghi/fendeva del pelago il legno,
l’uomo recando che senno nutria pari a quello dei Numi,
che avea sino a quel punto sofferto per tanti travagli,
sperimentando le guerre degli uomini e i flutti del mare;
ed or d’ogni suo cruccio giaceva cblioso e tranquillo.
Quando nel cielo surse bianchissimo l’astro che annuncia
la luce, appena brilla, d’Aurora che presto si leva,
giunse all’isola allora la nave dal corso veloce.
C’è nell’isola d’Itaca un porto che al veglio del mare
Fórcino è sacro. All’ingresso si sporgono due promontori
scoscesi, che dal porto strapiomban sul pelago, e fuori
tengono gli alti marosi gonfiati dal soffio dei venti
impetuosi. Ivi dentro le navi dai solidi fianchi
pur senza gómena restan, quand’ hanno gettato l’ormeggio.
Leva un ulivo, al fondo del porto, le foglie sottili;
e accanto ad esso un antro gradevole sacro ed azzurro
come l’aria: vi stanno le Ninfe che Nàiadi han nome.
Quivi cratèri sono, con anfore grosse di pietra:
quivi le pecchie fanno lor bugni e preparono il miele:
quivi telai di pietra grandissimi, dove le Ninfe
tessono manti azzurri purpurei, stupore a vederli.
Acque perennemente vi scorrono; e s’apron due porte,
questa rivolta a Bora, per dove è l’accesso ai mortali: