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CANTO XVII 85

se Giove mai farà che si possa compir la vendetta.
Ora alla piazza io vado: ché voglio chiamar lo straniero
che è di già venuto con me. mentre io qui ritornaVo.
Io I’ ho mandato innanzi, con gli altri fedeli compagni,
ed a Pirèo lo affidai, perché lo guidasse al suo Ietto,
ne avesse cura, onore gli rendesse, sin ch’io non giungessi»
Disse cosi: senz’ali restò la parola a sua madre:
tacque ella, si mondò, si copri di candide vesti,
e scelte ai Numi tutti promise offerire ecatombi,
se Giove ornai volesse compiuta la loro vendetta.
Frattanto traversava la casa Telemaco, e usciva,
stretta la lancia in pugno: seguiano due cani veloci.
Ed una grazia su lui profuse indicibile Atena;
si che, mentr’egli passava, miravan le genti stupite.
E tutti a lui d’attorno si strinsero i Proci superbi,
con parolette dolci, ma in cuore volgendo tristizie.
Egli, come potè, schivò quella fitta caterva;
e dove Mèntore vide seduto, ed Antifo e Aliterse,
ch’eran da lunga pezza amici fedeli del padre,
quivi sedè: di tutto gli chiesero quelli notizia.
E presso loro giunse Pirèo vibratore di lancia,
traverso la città lo straniero guidando alla piazza.
Né Telemaco lungi rimase dall’ospite: presso
a lui si fece. E queste parole Pirèo gli rivolse:
«Su presto, a casa mia, Telemaco, manda le ancelle,
ch’io ti spedisca i doni che a te largi Menelao».
E a lui queste parole rispose Telemaco scaltro:
«Pirèo, questa faccenda non so come voglia finire.
Se gli arroganti Proci potranno me uccider di frode
nella mia casa, e fra loro spartir le sostanze paterne,