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84 ODISSEA

ché stare in un podere, non piú mi consentono gli anni,
ed obbedire ai comandi che voglia impartirmi un capoccia.
Dunque, va pure; e me conduca quest’uomo, quando io
mi sia scalcato al fuoco, e il sole sia sorto: ché danno
farmi potrebbe, tanto le vesti ho malconce, la brina
dell alba; e la città, per quanto mi dite, è lontana».
Disse. E gran passi alternando, Telemaco usci dal podere,
e della morte dei Proci gittava in cuor salde radici.
Ed ecco, appena fu pervenuto alla comoda casa,
quivi depose la lancia, poggiandola a un’alta colonna,
ed egli stesso entrò, varcando la soglia di pietra.
Assai prima d’ogni altro lo scorse la fida Euriclèa,
mentre stendeva pelli di pecora sotto i bei troni;
e, lagrimando, incontro diritta gli corse; ed intorno
si radunavano l’altre fantesche d’Ulisse tenace,
e a lui, con liete grida, baciavano gii omeri e il capo.
Dalle sue stanze frattanto veniva Penèlope scaltra,
pari ad Artèmide, pari all’aurea beltà d’Afrodite;
e al collo del figliuolo gittó, lagrimando, le braccia,
e lo baciò sul capo, su entrambe le fulgide luci,
e gli parlò, fra i singulti, con queste veloci parole:
«Sei qui, luce mia dolce, Telemaco! Io già mi credevo
di non vederti mai piú, dal di che salpasti per Pilo,
contro mia voglia, in segreto, cercando notizie del padre!
Or via, narrami dunque che cosa hai potuto sapere».
E a lei queste parole rispose Telemaco scaltro:
«Non provocarmi al pianto, non far, cara madre, che in seno
mi tremi il cuor, sebbene sfuggita ho la morte improvvisa.
Làvati adesso, le membra tue cingi di candide vesti,
e a tutti i Numi fa promessa di scelte ecatombi.