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CANTO XVII 83

Come l’Aurora appari mattiniera, ch’à dita di rose,
súbito ai piedi strinse coi lacci i suoi vaghi calzari
Telemaco, figliuolo diletto d’Ulisse divino.
E prese anche la lancia massiccia, ch’empieva il suo pugno,
per avviarsi in città. E disse al suo fido porcaro:
«Babbo, io mi reco in città, ché m’abbia a vedere mia madre,
che non desisterà, ne sono sicuro, dal pianto
calamitoso, dal lungo plorare fra lacrime, avanti
ch’essa con gli occhi suoi mi veda. Or tu questo farai.
Conduci alla città quest’ospite gramo, che quivi
campi, accattando il pranzo. Gli dia chi pur n’abbia talento,
un tozzo ed un bicchiere; ché io, mantener tutti quanti,
non lo potrei: corrucci n’ ho troppi di già per me stesso.
Il forestiere poi, se troppa rancura ne avesse,
pe;gio per lui; ma il vero parlar chiaramente a me piace».
E gli rispose Cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«O ca o, neppure io lo bramo, qui a lungo restare:
per u i pitocco vai meglio campare la vita accattando
per la città, che pei campi. Mi dia chi darà di buon grado:
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