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CANTO XVI 75

e ammainar le vele, e stendersi ai remi le palme.
Ed ai compagni disse cosi, dolcemente ridendo:
«D’ambascerie non c’è bisogno: vedeteli giunti. ’
O tutto ha detto ad essi qualcun dei Celesti, o la nave
hanno veduta essi stessi, ma coglier non l’hanno f>otuta
Disse. Ed alzatisi tutti, si spinsero al lido del mare.
Súbito gli altri la nave sospinsero al lido; ed i servi
volonterosi via ne levarono tutti gli attrezzi.
E poi, tutti a convegno si strinsero; e niuno fra loro
lasciar, giovine o vecchio, seder, che dei loro non fosse.
E Antinòo, figliuolo d’Eupito, cosí prese a dire:
«AhimèI, come han salvato costui dal periglio, i Celesti!
Su per le balze ventose, le intere giornate, vedette
stavano a turno perpetuo; né in terra al tramonto del sole
discendevamo, a passare la notte; ma sempre sul mare
attendevam, bordeggiando sovra agile nave, l’aurora,
pronti all’insidia, per coglier Telemaco, e dargli la morte;
e invece lui, frattanto, un dèmone a casa condusse.
Ora, su via, qui adesso pensiamo qual morte funesta
infliggergli possiamo, si ch’ei non ci sfugga: ch’io penso
che mai compiuto il nostro disegno sarà sin ch’ei viva:
ché molto è nel consiglio sagace Telemaco e scaltro,
né tutte quante le genti s’adoprano in nostro favore.
Dunque, spicciatevi, su, prima ch’egli raduni gli Achivi
a parlamento: ché nulla, penso io, lascerà ch’ei non tenti;
anzi, li aizzerà, dirà, surto in mezzo a parlare,
che noi funerea morte gli ordimmo, e fallimmo la mira.
Né quelli, udendo ciò, loderanno le nostre misfatte,
e temo che alcun danno non abbiano a farci, a scacciarci
via dalle nostre terre, raminghi per terre straniere.