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CANTO XVI 73

e l’un l’altro ferire, possiate macchiare di strage
festa e convivio: ché il ferro da solo trascina la gente».
E lascia per noi due solamente due lancie e due sp’ade,
e due scudi di pelle, che stiano a portata di mano,
quando ci serviranno per muovere contro ai nemici.
E Giove ad essi e Atena sapranno sconvolger la mente.
E un’altra cosa ancora vo’ dirti, e tu tienila a mente.
Se tu davvero sei mio figlio, se sei del mio sangue,
nessuno deve ancora sapere il ritorno d’Ulisse:
neppur Laerte deve saperlo, neppure il porcaro,
né dei famigli alcuno, neppure Penèlope: soli
la mente delle ancelle dobbiamo tu ed io scandagliare;
ed i famigli anch’essi tentare dobbiamo, e cercare
quale di loro ci onori, col cuore disposto al rispetto,
quale di noi non si cura, ma te, che sei giovane, spregia».
E a lui queste parole rispose il suo fulgido figlio:
«O padre, tempo avrai di mettere a prova il mio cuore,
conoscerai se mai mi lascio domar dall’accidia.
Ma niun vantaggio, credo, se tu ciò facessi, ne avresti
per me, niuno per te: ti prego perciò di pensarci.
Ché ad uno ad uno tu tentando i famigli, pei campi
dovresti a lungo invano vagare; ed i Proci frattanto
in santa pace, e senza riguardo, ci straziano i beni.
Ma ti consiglio, si. di mettere a prova le ancelle,
quale rispetto non ha di te, quale è scevra di colpe.
Ma non vorrei che in giro tu andassi per ogni capanna
a scandagliare i servi; ché farlo potremo anche dopo,
se pur qualche presagio tu sai dell’egioco Giove».
Ulisse, dunque, e il figlio Cosí favellavan tra loro.
E ad Itaca frattanto giungeva la solida nave