Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) II.djvu/74


CANTO XVI 71

Poscia son qui venuto, seguendo il consiglio d’Atena,
per tramar teco insieme la morte dei nostri nemici.
Su via, parlami dunque, dei Proci fa’ novero, ch’io.
possa vedere quanti sono essi, e chi sono; ed allora
io, riflettendo, vedrò, ché mal non mi serve il mio senno,
se basteremo noi due da soli a contender con essi,
senza soccorso, oppure cercare dovremo compagni».
E gli rispose con queste parole Telemaco scaltro:
«O padre, udito ho sempre cantare le lodi tue grandi,
ch’eri guerriero valente di mano e scaltrito di senno.
Ma temerario troppo parlasti, si ch’io ne stupisco.
Come potrebber due soli combatter con molti gagliardi?
Dieci o due volte dieci soltanto non sono i nemici,
anzi, molti di piú: potrai farne súbito il conto.
Cinquanta e due son giunti da Dúlico giovani eletti,
e sei famigli sono venuti con loro. Da Samo
venti garzoni e quattro son giunti ad Itaca. Venti
Ggli d’Achei di Zacinto son qui presenti. E la stessa
Itaca, dodici, quanti si credon migliori, ne schiera.
È secoloro Medone, l’araldo, il cantore divino,
son due famigli con essi, esperti a scalcare le carni.
Se questa gente intrusa dovremo affrontare da soli,
temo che amara e funesta ti possa saper la vendetta
dell’arroganza loro. Su, cerca, se tu, meditando,
trovi qualcuno che voglia con animo schietto aiutarci».
E a lui Cosí rispose Ulisse tenace divino:
«Dunque, ti parlerò: tu intendilo e tienilo a mente;
e pensa se bastare ci possono Atena con Giove,
o se alcun altro debbo cercare per nostra difesa».
E gli rispose queste parole Telemaco scaltro: