Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) II.djvu/73

70 ODISSEA

se vedi qui tuo padre, non devi piú a lungo stupire.
No, nessun altro Ulisse qui mai giungerà: sono io quello,
che, dopb avere a lungo sofferto, ed errato pel mondo,
giungo alla patria; e venti anni da quando partii, son trascorsi.
Opera è stata, questa, d’Atena, la diva guerriera,
che facilmente, quale desidera tale mi rende:
simile ad un pitocco talvolta: talvolta ad un uomo
giovane, tutto coperto di panni bellissimi: ai Numi
ch’ànno nell’ampio cielo dimora, è ben facile cosa
rendere a loro posta magnifico un uomo, o deforme».
Detto cosi, cadeva seduto. E Telemaco allora,
stretto il buon padre al cuore, proruppe in lamenti, in singulti,
ché il cuore all’uno e all’altro pervase la gioia del pianto.
Piangeano acutamente, piú fitto di queruli augelli,
aquile, od avoltoi rapaci, privati dei figli
dai cacciatori, prima che l’ale impennassero al volo:
cosi misero pianto versavano entrambi dal ciglio.
E còlti ancor nel pianto li avrebbe il tramonto del sole,
se non avesse Cosí parlato Telemaco al padre:
«Su che naviglio dunque, diletto mio padre, i nocchieri
t’han qui condotto? E chi dicevano d’essere? A piedi
credere non potrei davvero che tu sii qui giunto!».
E a lui Cosí rispose Ulisse tenace divino:
«Or dunque, tutto il vero ti voglio narrare, figliuolo.
Navigatori sperti qui m’ hanno condotti, i Feaci,
usi a guidare anche gli altri che giungono all’isola loro.
Mentre io dormivo, sopra leggero naviglio, per mare
m’accompagnarono ad Itaca; e doni recaron fulgenti,
d’oro e di bronzo in gran copia, con vesti di fine tessuto,
ch’ora, mercè dei Numi, deposte sono entro spelonche.