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CANTO XVI 69

Poscia un mantello bene lavato e una tunica bella
su lui gittò, le membra gli rese piú giovani e forti:
bruna tornò la pelle, le grinze sparir dalle guance, •
la barba attorno al mento divenne cerulea bruna.
S’allontanò, ciò fatto, la Diva; ed Ulisse di nuovo
entrò nella capanna. Stupore percosse suo figlio,
che un Nume lo credè, volse altrove, sgomento, lo sguardo;
e a lui parlò, si volse col volo di queste parole:
«Ben altro, ospite, or sei da quello che or ora sembravi.
Altre son le tue vesti, ben altro è il color di tua pelle:
un Nume sei tu certo, di quelli che imperano in cielo.
Siici propizio, che a te possiamo offerir sacrifizi
grati, con aurei doni di pregio. Rispondimi, oh Nume!».
E a lui Cosí rispose Ulisse tenace divino:
«No, che non sono un Dio. Perché m’assomigli ai Celesti?
Il padre tuo sono io, pel quale tu, molto gemendo,
molti dolori soffri, patisci dei Proci i soprusi!»
E, Cosí detto, baciò suo figlio; e stillò per le guance
giú sino a terra il pianto: ché a lungo l’aveva frenato.
Ma Telemaco, ancora non certo che fosse suo padre,
a lui risposta diede con queste veloci parole:
«No, che mio padre Ulisse non sei: qualche dèmone sei,
che mi lusinga, perché si accrescano ancor le mie pene:
ché nessun uomo mortale può compiere tale prodigio
solo col suo valore, qualora non giunga un Celeste,
che facilmente, se vuole, può renderlo giovine o vecchio:
ché vecchio eri testé, coperto di miseri cenci;
ed or somigli ai Numi signori del cielo infinito».
E a lui rispose Ulisse l’accorto con queste parole:
• Non devi oltre misura, Telemaco, far meraviglia,