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68 ODISSEA

dicono che non mangia piú affatto, né beve, né i campi
sorveglia piú; ma versa continuo pianto, ma geme,
si lagna; ’e gli si va raggrinzando la pelle su Tossa».
E a lui queste parole rispose Telemaco scaltro:
«Mi duole, me ne cruccio; ma pure convien trascurarlo.
Deh!, se potessero quello che bramano avere i mortali!
Per prima cosa il giorno vorrei ch’io trovassi mio padre!
Tu, dato appena l’annunzio, ritorna qui súbito, e in giro
non ir pei campi, in cerca di quelli; ed invece a mia madre
di’ che mi mandi, quanto può prima. la sua dispensiera,
nascostamente: quella può dare l’annunzio a Laerte».
Disse ad Eumèo cosi. Prese questi i calzari, ai suoi piedi
li strinse, alla città volse il passo. Né agli occhi d’Atena
sfuggi, quando lasciò la capanna, il fedele porcaro.
Venne ivi presso la Dea. Sembrava all’aspetto una donna
alta, slanciata, bella, maestra d’egregi lavori.
Dinanzi alla capanna ristette, visibile a Ulisse.
Ma non la vide però Telemaco, pur non s’accorse:
ché manifesti a tutti non sogliono i Numi apparire.
Ma ben la vide Ulisse, la videro i cani; e, sgomenti,
senza abbaiar, mugolando, si sparser qua là per la stalla.
Essa fe’cenno con gli occhi. Ulisse divino comprese,
e usci fuor da la stalla, lunghesso il gran muro di cinta,
le stette innanzi. E queste parole a lui volse la Diva:
«O di Laerte figlio divino, scaltrissimo Ulisse,
parla a tuo figlio, oramai, non volergli piú nulla tacere.
Ed alla vostra città bellissima andate, e tramate
ai tracotanti Proci l’estrema rovina. Ed io stessa
sarò da voi non lungi: ché brama ho pure io di pugnare»
Detto cosi, la Dea lo toccò con un’aurea verga.