Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) II.djvu/61

58 ODISSEA

mattina vi darò compenso del vostro viaggio:
di carni un buon banchetto, di vini soavi al palato».
Téoclimèno, stirpe divina, Cosí gli rispose:
«Ove andrò io, figlio mio? Dovrò forse bussare alla casa
di alcun di quelli ch’anno potere in Itaca alpestre?
Oppur direttamente cercar la tua reggia e tua madre?».
E gli rispose queste parole Telemaco scaltro:
«In altri tempi, bene io ti direi di venire in mia casa,
ché non avresti penuria di doni ospitali; ma ora
peggio per te sarebbe, quando io non ci sono, e mia madre
non ti vedrebbe neppure; ché mai non si mostra fra i Proci;
ma nelle stanze piú alte vive ella, ed intesse una tela.
Ma un altro io ti dirò, da cui ti potresti recare:
Eurimaco, il figliuolo brillante di Pòlibo accorto,
ch’ora la gente d’Itaca ammira al pari d’un Nume.
Questi è il miglior di gran lunga fra i giovani tutti che sposa
chiedon mia madre, e bramano avere lo scettro d’Ulisse.
Cosí potesse Giove Cronide che regna nell’ètra
pria delle nozze a loro foggiare l’estrema rovina!».
Mentre Cosí diceva, volò dalla destra un uccello,
uno sparviere, l’araldo veloce d’Apollo; e con l’unghie
spennava una colomba ghermita; e lasciava le penne
cadere al suolo, fra la nave e Telemaco. E allora
Téoclimèno via lo trasse, lontan dai compagni,
forte gli strinse la mano, parlò, disse queste parole:
«Non senza un Dio, lo sparviere, Telemaco, è giunto da destra,
ch’io con questi occhi ho veduto ch’egli era sparviere augurale.
Stirpe veruna non c’è fra il popolo d’Itaca alpestre
piú della vostra regale: voi sempre sarete i piú forti».
E a lui rispose queste parole Telemaco scaltro: