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56 ODISSEA

in duri ceppi me non leghi e non macchini a voi
qualche rovina: il disegno celate, affrettati i baratti.
Quando la nave poi sia ben di provviste ricolma,
senza frapporre indugio, mandatemi a casa un messaggio;
ed oro io porterò, sin dove mi giungan le mani;
e potrei darvi ancora, piacendomi, un altro noleggio:
ch’io nella casa allevo del prò’ mio signore un figliuolo,
tutto prontezza, che già ruzzola fuori di casa.
Questo alla nave potrei condurre; e carissimo prezzo
voi ricavarne potrete, vendendolo a genti straniere».
E, Cosí detto, fece ritorno alla fulgida reggia.
E quelli, intero un anno restando nel nostro paese,
tante provviste e tante portaron nel concavo legno.
Ma, quando poi la nave fu colma, e disposta al ritorno,
mandarono un messaggio, che desse l’annunzio alla donna.
Un uomo venne, tutto scaltrezza, alla casa paterna,
con un monile, d’àcini d’ambra legati nell’oro.
Dunque, entrò nelle stanze. Mia madre e le ancelle il gioiello
esaminarono attente, saggiarono, offrirono il prezzo.
E quegli, intanto, senza parlare, fe’cenno alla donna.
Poi, fatto il cenno, di nuovo tornava al suo curvo naviglio.
Quella mi prese allora per mano, e di fuor mi condusse;
e nel vestibolo deschi rinvenne, e sui deschi le coppe
dei convitati, che stare solevano intorno a mio padre;
ma s’eran tutti allora recati al consesso a parlare.
Súbito quella tre tazze ghermí, le nascose nel grembo,
le portò seco; ed io la seguivo; ché nulla intendevo.
Il sole tramontò, s’ombrarono tutte le strade;
e noi, movendo a passo veloce, giungemmo al bel porto,
dov’era dei Fenici la nave dai rapidi balzi.