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CANTO XV 55

d’Òrmeno il figlio, Ctesio, che al volto sembrava un Iddio.
Giunsero qui dei Fenici, apertissima gente di mare,
mastri di preda, con mille gingilli nel negro naviglio.
Ora, mio padre in casa teneva una donna fenicia,
bella, alta, in ogni specie di vaghi lavori maestra..
Lei seppero i Fenici, finissima gente, sedurre
mentre lavava. Un d’essi con lei si confuse in amore,
presso al negro naviglio: ché altro non v’è che seduca
tanto i femminei cuori, sia pur delle oneste e dabbene.
Quindi l’interrogò, chi fosse, di dove venisse;
ed essa gl’indicò di mio padre la reggia superba.
«Sidone, aggiunse poi, la ricca di bronzo, è mia patria:
son d’Aribante figlia, che a fiumi ricchezze possiede;
ma mi rapiron dei Tifi, ladroni di mare, mentre io
me ne tornavo dai campi, che qui mi condussero, e schiava
venderono a quest’uomo, che acconcio compenso a lor diede».
A lei queste parole rispose il furtivo suo ganzo:
«E allora, insiem con noi ritorna di nuovo alla patria,
si che dei tuoi genitori tu vegga la reggia superba,
vegga essi stessi; ché ancora son vivi, ed han fama di ricchi».
E gli rispose allora la donna con queste parole:
«Essere ciò potrebbe, se voi pur voleste, o nocchieri,
certa coi giuri farmi di salva condurmi alla patria».
Cosí disse; e com’ella chiedeva, giurarono quelli.
Come ebber poi pronunciate le sacre parole del giuro,
la donna anche una volta parlò, disse queste parole:
«Zitti, adesso; e nessuno degli altri vostri compagni,
qualora in me per via s’imbatta, o vicino alla fonte,
non mi rivolga parola, ché alcuno alla casa del vecchio
non corra a riferirlo; e quello, venuto in sospetto,