Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) II.djvu/56


CANTO XV 53

che gli tolga I® v‘,a- 1° facc’a morir nel suo letto;
tanto dolore l’opprime del caro suo figlio lontano,
e della morta sposa fedel, che, morendo in gran doglio,
l’abbandonò, piú grave gli rese la mora degli anni.
Essa mori per la pena del caro figliuolo perduto,
di miserevole morte, quale mai non debba colpire
chi come amico qui dimora, ed ha tratto d’amico.
Dunque, sin ch’ella era in vita, sebbene mai sempre cruciata,
erami grato a lei rivolger parole e dimande,
ch’ella m’aveva nutrito insieme con Climene bella,
la sua piú tenera figlia, la prode fanciulla elegante.
Con quella io crebbi; e quasi del pari ci amava. Ma quando
di giovinezza entrambi giungemmo agli amabili giorni,
a Samo ella andò sposa, ché n’ebbero innumeri doni:
a me la mia regina die’ tunica veste e mantello,
ch’io mi coprissi bene, calzari mi die’ con le guigge,
e in questo campo mi fe’ soggiornare; e m’amava di cuore.
Nulla di tutto ciò mi resta; ma i Numi anche adesso
fanno che prosperi e cresca qualunque lavoro ch’io faccia.
Cibo e bevanda io per me ne traggo, e per gli ospiti degni.
E di Penelope mai non odo la voce soave,
né so che cosa faccia: ché un grave malanno è piombato
di tracotante gente sovressa la casa; ed i servi
bramano invano udire, parlar con la loro signora,
bramano il pane, il vino, ricevere qualche regalo
che i servi allegra, quando portar se lo possono ai campi».
E gli rispose Cosí lo scaltro pensiero d’Ulisse:
«O poveretto, dunque, piccino cosi, dalla patria
tanto lontano, Eumèo, tu erravi, dai tuoi genitori?
Ora, su dunque, nulla stornando dal ver, dimmi questo: