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52 ODISSEA

lutto ciò per cui serve la gente da meno ai signori».
E tu, porcaro Eumèo, crucciato Cosí rispondevi:
«Oli I, poveretti noi. come mai t’è venuto pel capo
questo pensiero? Davvero tu vuoi trovar qui la tua morte.
Davvero tu ti vuoi cacciar nella turba dei Proci,
la cui superbia, la cui tracotanza pervengono al cielo?
No, davvero, che a te non somigliano i loro valletti!
Giovani sono, vestiti di manti e di tuniche belle,
nitidi sempre, e molli le chiome ed i volti vezzosi
hanno i valletti loro. Le tavole ben levigate
sono ricolme sempre di pane di carne di vino.
Via, resta qui: la tua presenza a nessuno dà peso,
non a me, né a veruno di quanti compagni son meco.
Quando sarà poi giunto d’Ulisse il figliuolo diletto,
egli ti donerà mantello tunica e veste,
e ti farà condurre dove tu desideri e brami».
E Ulisse, eroe tenace divino, Cosí gli rispose:
«Al padre Giove, Eumèo, deh!, caro Cosí tu divenga,
come a me sei; ché fine ponesti alla misera doglia
dell’errar mio; ché male peggiore non v’ha pei mortali.
Ma pel dannato ventre patiscono crucci crudeli
gli uomini, quando li opprime la pena, il cordoglio e l’esilio.
Ora, se qui mi trattieni, se vuoi ch’io Telemaco attenda,
dimmi, su via, della madre d’Ulisse divino e del padre,
ch’era, quando egli parti, sul limite già di vecchiaia,
se sono ancora in vita, se vedono i raggi del Sole,
o se son morti già, se son nelle case d’Averno».
Ed il capoccia porcaro rispose con queste parole:
«O straniero, il vero vo’ dirti, non dirti menzogna.
Vive Laerte ancora, ma implora di e notte il Cronide,