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CANTO XV 51

gagliardamente spirando traverso l’aria, ché presto
correr potesse la nave sui vortici salsi del mare.
Il Sole tramontò, s’ombrarono tutte le strade:
e verso Fea la nave, sospinta dal soffio di Giove,
e lungo I’Elide, ove hanno potere gli Epèi, fece vela.
Vèr l’isole rocciose di qui poi diresse la rotta,
modo cercando come schivasse l’insidia di morte.
Nella capanna, Ulisse, frattanto, e l’onesto porcaro
cenarono; e con essi cenarono gli altri pastori.
E poi che fu placata la brama di cibo e di vino,
prese a parlare Ulisse, per mettere a prova il porcaro,
se veramente lo amasse, se qui lo invitasse a restare
entro la stalla, o se la città lo esortasse a cercare:
«Odimi, disse, Eumèo, voi datemi ascolto, o compagni:
alla città dimani desidero all’alba recarmi,
per mendicare, e gravezza non dare né a te, né agli amici.
Or tu dammi un consiglio, dammi anche un compagno sicuro,
che mi conduca quivi: poi, giunto ch’io sia, da me stesso
attorno andrò cercando chi m’offra un tozzo, un bicchiere,
come vuol la mia sorte. Poi, giunto alla casa d- Ulisse,
recar vorrei le mie notizie a Penelope scaltra,
e mescolarmi coi Proci superbi, tentare se il vitto
essi volessero darmi, ch’han tante e poi tante sostanze,
ed io potrei fra loro prestare qualsiasi servigio.
Dir te lo voglio; e dammi tu ascolto, ed intendimi bene:
mercè del Nume Ermète, che guida gli spiriti all’Ade,
che grazia spande e fama su l’opre degli uomini tutti,
niuno con me gareggiare saprebbe nel render servigi,
fendere l’aride legna, disporle a catasta sul fuoco,
fare le parti, arrostire le carni, mescere il vino: