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CANTO XV 49

per la fanciulla Nelide, pel folle disegno fatale
che gli gittò nel seno l’ Erinni terribile Diva.
Pure, sfuggi la morte, da Filaca a Pilo i mugghienti’
bovi condusse, trasse vendetta dell’opera turpe
contro Nelèo divino, condusse la donna al fratello
nella sua casa; ed egli andò presso genti straniere,
ad Argo, di cavalli nutrice: ché quivi la Sorte
volle ch’ei dimorasse, regnando fra popoli argivi.
Quivi un’Argiva sposò, costrusse un’eccelsa magione,
quivi ad Antifate e Mantio, gagliardi figliuoli, die’ vita.
Antifate fu padre d’Eclèo magnanimo: Eclèo
diede la vita ad Amfiarao conduttore di turbe,
cui dal profondo cuore l’egioco Giove ed Apollo
prediligevano; ma non toccò di vecchiezza le soglie;
anzi fu spento in Tebe, mercè della sposa e dei doni
ch’ella ebbe grati. Alcmeone e Antiloco furon suoi figli:
furono figli di Mantio Polifide e Cleito: questo
l’ebbe a rapire Aurora, la diva dall’aureo trono,
vaga di sue bellezze, perché fra i Celesti vivesse.
E Polifide, cuore magnanimo, Febo lo rese
sommo profeta fra tutte le genti, poiché fu defunto
Anfiarao. Sdegnato col padre, questi ora abitava
in Iperèsia, dove partiva responsi a i mortali.
Figlio di questo era l’uomo che giunse a Telemaco. Il noma
era Téoclimèno. Ristette vicino all’eroe
che presso al negro suo naviglio libava e pregava,
ed a parlare prese con queste veloci parole:
«Caro, che in questa terra sacrifichi ai Numi, ti prego
pei sacrifici, pel dèmone al quale tu li offri, ed insieme
per il tuo capo stesso, pei tuoi compagni, tu dimmi
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