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CANTO XV 47

gittano in cuore a me, come io credo che compiersi debba.
Come quest’aquila, giunta dal monte ov’ ha il nido e la stirpe,
quest’oca entro la casa nutrita ghermí: parimenti,
dopo i travagli, e il lungo vagare sul pelago, Ulisse
in patria tornerà, vendetta farà: forse è giunto
mentre favello; e già pianta seme di danno pei Proci».
E le rispose queste parole Telemaco scaltro:
«Deh!, Cosí voglia d’Era Io sposo, il tonante Cronide!
A te come ad un Nume allor leverei la preghiera!»
Disse: e la sferza vibrò su la groppa ai cavalli veloci.
Traverso alla città, verso i campi, si spinsero quelli,
e da mattina a sera scuoterono il giogo a galoppo.
Il sole tramontò, s’ombravano tutte le strade,
quando giunsero a Fere, di Diocle innanzi alla casa,
figlio d’Ortiloco, a cui fu padre I’Alfeo. Qui la notte
trascorsero; ed a loro die’ Diocle doni ospitali.
Come l’Aurora appari mattiniera, ch’à dita di rose,
stretti i corsieri al giogo, balzaron sul cocchio dipinto,
fuor dalla porta li spinser, dal portico tutto sonoro;
quindi le sferze sui dorsi vibrarono; e corsero quelli.
Súbito quindi alla rocca pervennero eccelsa di Pilo;
e Telemaco allora si volse di Nèstore al figlio:
«Figlio di Nèstore, puoi promettermi quello ch’io chiedo,
e mantenerlo? Noi rende ospiti già da gran tempo
l’amor che i nostri padri stringeva: siam pari negli anni:
questo viaggio stringe piú ancora la nostra concordia.
Non mi condurre lontano dal mare; ma lasciami, o caro,
nel porto qui: che tuo padre, per darmi ancor prove d’affetto,
mi tratterrebbe ancora: ma d’uopo e che invece io m’affretti».
Cosí diceva. E tra sé di Nèstore il figlio pensava