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CANTO XV 45

d’Era lo sposo. Giove tonante, conceder ti voglia.
E di presenti, quello che piú prezioso posseggo
io vo’ donarti, piú bello d’ogni altro, e di pregio piú eccelso.
Voglio un cratere donarti di bella fattura. D’argento
è tutto quanto; ma sono temprate nell’oro le labbra:
opra d’Efèsto. A me lo diede Fedimo, l’eroe
re dei Sidoni, quando, tornando da Troia, io li giunsi,
e la sua casa ospizio mi diede: a te voglio or donarlo».
Detto cosi, l’Atride sovrano gli porse la coppa
doppia di forma; e il cratere d’argento che aveva recato,
fulgido tutto, ai suoi piedi posò Megapente gagliardo.
Elena poi, viso bello, facendosi presso, ed il peplo
sopra le palme recando, parlò, pronunciò questi detti:
«Anche da me, questo dono ricevi, figliuolo mio caro:
d’Elena sia ricordo per te nella dolce stagione
di nozze; ed alla sposa tu donalo: nella tua casa
fino a quel di tua madre custode ne sia. Parti, adesso,
ed alla casa, e alla terra materna fortuna ti guidi».
Detto cosi, glielo porse: Telemaco lieto lo prese.
Tutti i presenti poi collocò Pisistrato prode
entro la cesta; e ad uno ad uno li andava ammirando.
Entro le camere poi Menelao chioma bionda li addusse,
ed a banchetto, sui seggi, sui troni sederono. Allora
venne l’ancella, recando per mescere l’acqua alle mani,
da un’aurea brocca bella, sovresso un catino d’argento.
Poscia dinanzi ad essi distese una lucida mensa,
e la massaia annosa vivande recò, la fe’ colma.
Di Bòeto quindi il figlio scalcava, partiva le carni,
vino mesceva il figlio del prò’ Menelao: sopra i cibi
posti dinanzi a loro gittarono tutti le mani.