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CANTO XV 43

spingere un cocchio tra il buio notturno. Sarà presto l’alba.
Stiamo, sinché Menelao, l’insigne figliuolo d’Atrèo
giunga, e i doni ospitali ci rechi, e li ponga sul cocchio,
e, favellando parole soavi, il congedo ci dia.
Chi l’ospitalità riceve, per tutta la vita
l’uomo ricorda che a lui l’offerse con cuore amoroso».
Disse; e ben presto spuntò l’Aurora dall’aureo trono.
E Menelao, prò guerriero, dal talamo surto, dal fianco
d’Elena chioma bella, vicino ai due giovani giunse.
E come l’ebbe scòrto d’Ulisse il figliuolo diletto,
rapido attorno alle membra la tunica fulgida cinse,
gittò l’ampio mantello sovresse le spalle gagliarde,
mosse alla soglia, stette, gli volse Cosí la parola:
«O Menelao, figliuolo d’Atrèo conduttore di genti,
stirpe di Numi, dammi congedo ch’io torni alla patria;
perché l’animo mio già brama la casa paterna».
E Menelao, maestro dell’arte di gueira, rispose:
«Piú lungo tempo non vo’, Telemaco, qui trattenerti,
se ritornare tu brami. Ch’io biasimo ad altri darei
che verso l’ospite suo mostrasse fervore eccessivo,
od eccessiva freddezza; ché in tutto vai meglio misura.
Mal si comporta, Cosí chi l’ospite contro sua voglia
spinge a partire, come chi vuol trattenerlo se ha fretta.
Resta però, sin ch’io bei doni ti rechi, e sul carro
li abbia disposti, che tu li vegga; e comandi a le ancelle
che ne la casa bene provvista preparino il pranzo.
Gloria fiorita, e ristoro, sono esse due cose che gode
chi ben pasciuto viaggia sovressa la terra infinita.
E se tu vuoi far viaggio per l’Eliade, e in mezzo al paese
d’Argo, i cavalli aggiungo, che súbito vengano teco.