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38 ODISSEA

ODISSE/Ì
«Vecchio, il racconto che tu m’hai fatto, non merita biasmo,
né solo un motto hai detto che impronto, che inutile fosse.
Cosí per cfuesta volta tu avrai da coprirti; e nuli’altro
ti mancherà di quanto conviene apprestare a un tapino.
Però, dimani all’alba dovrai rivestire i tuoi cenci;
ché non abbiamo qui né mantelli né tuniche taute
da ricambiarli: ciascuno possiede la veste che indossa.
Mi quando giunga poi d’Ulisse il diletto figliuolo,
egli dar ti potrà le vesti, la tunica, il manto,
ed inviarti dove ti dice la brama del cuore».
Detto cosi, si levò, gli allesti vicino alla fiamma
un letto, e lo copri con pelli di pecore e capre.
E quando Ulisse fu sdraiato, un mantello pesante
grande gli gittò sopra, che pronto tenea di ricambio,
e l’indossava quando piú crudo infierisse l’inverno.
Quivi a dormire, dunque, Ulisse divino si pose:
ed i garzoni attorno dormiano. Ma qui riposare
Eumèo non volle già, dormire lontano dai porci:
anzi s’apparecchiò per uscire. Ed Ulisse fu lieto
che tanto, mentre egli era lontano, curasse i suoi beni.
Prima infilò la spada tagliente alle valide spalle;
poi gittò sopra, a schermo dei venti, un pesante mantello,
e d’una grossa capra pasciuta la pelle; e impugnò
un giavellotto acuto, difesa per gli uomini e i cani.
Ed a giacere andò dove i porci di candide zanne
sotto una cava spelonca dormiano al riparo di Bora.