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CANTO XIV 37

E sopraggiunse, calata la bora, una notte di gelo
triste: cadea la neve dal cielo, piú dura che brina,
gelida, e sovra gli scudi stendeva una crosta di ghiaccio.
Gli altri compagni miei tutti avevano tuniche e manti,
e con gli scudi coperte le spalle, dormivan tranquilli:
solo io fra tutti avevo lasciato nel campo il mantello,
stolto, perché non pensavo che vincermi il gelo dovesse,
e con lo scudo venni soltanto, e la bella cintura.
Ma quando al terzo fu la notte, e cadevano gli astri,
Ulisse, ch’era a me vicino, col gomito urtai,
e gli parlai Cosí: né quegli fu tardo ad udirmi:
«O di Laerte figlio, divino scaltrissimo Ulisse,
tra poco io non sarò fra i vivi: ché il freddo mi abbatte,
perché meco non ho mantello: ché un dèmone triste
m’indusse a prender solo la tunica; ed or non c’e scampo».
E allora Ulisse questo disegno formò nella mente,
unico quale egli era nel dare consigli, e alla pugna;
e, con un fil di voce, mi volse Cosí la parola:
«Sta zitto ora, perché non t’oda verun degli Achivi».
Quindi la testa poggiò sul gomito, e prese a parlare:
«Datemi ascolto, amici, ché apparso m’è un sogno divino.
Troppo ci siamo spinti lontan dalla nave. Qualcuno
vada, e all’Atride Agamennone prence di popoli dica
s’egli potesse qui piú gente mandar dalle navi».
Disse. E tosto s’alzò Toante d’Andrèmone figlio,
velocemente, e lungi gittato il purpureo manto,
verso la nave affrettò la corsa; e nel manto di quello
beatamente dormii, finché non apparve l’Aurora.
Deh. se giovine ancora fossi io, tal vigore deh! avessi!».
Eumèo porcaro, e a lui rispondesti con queste parole: