Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) II.djvu/38


CANTO XIV 35

per l’ospile straniero: Cosí ci godremo anche noi,
che tanto a lungo dobbiamo penare pei porci zannuti,
ed altri, senza brighe, divoran le nostre fatiche». ’
Cosí detto, fendè la legna col bronzo affilato;
e un porco di cinque anni condussero gli altri, beri pingue.
Sul focolare qui lo posero; e il fido porcaro
non obliò gli Dei: ché senno reggeva sua mente;
ma del zannuto porco dal capo le sétole svèlte,
sul fuoco le giltò, preghiera volgendo ai Celesti,
che ritornasse Ulisse dal senno profondo alla pallia.
Poi, con un tronco di leccio, che all’uopo serbava, la bestia
colpi, che morta cadde. Sgozzatala, espostala al fuoco,
presto la fecero a pezzi. Da tutte le membra il porcaro
brani recise pei Numi, d’omento ben pingue li avvolse.
Poi, con farina d’orzo cosparsi, li pose sul fuoco;
e tutto il resto, a brani reciso, infilar sugli spiedi.
Quando arrostiti poi furono a punto, sfilarono tutto,
e tutto quanto in un mucchio gittàr su la mensa. E il porcaro
fece le parti a tutti: ché far le sapeva ben giuste.
E, dividendo lutto, Cosí sette parti ne fece.
Una alle Ninfe e ad Ermète figliuolo di Maia ne offerse,
preci volgendo; ed una ne diede dell’altre a ciascuno.
Tutto il filetto del dorso del porco zannuto, ad Ulisse
lo die’, per fargli onore, di gioia colmandogli il cuore.
E a lui lo scaltro Ulisse si volse con queste parole:
«Eumèo, deh I, tanto caro sii tu degli Olimpi al Signore
quanto a me sei; ché. tapino qual sono, mi colmi di doni».
E a lui, porcaro Eumèo, rispondevi con queste parole:
«Ospite mangia, o tra i miseri misero! Godi pur quello
ch’è su la mensa. Il Dio, secondo che meglio a lui piaccia.