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CANTO XIV 33

Qui rannicchiato stetti. Con alto schiamazzo i nocchieri
mi ricercavan; ma ad essi non parve il migliore partito
troppo indugiare a cercarmi. Di nuovo alla concava nave
volsero i passi; e me nascoser gli stessi Celesti,
agevolmente; e m’hanno guidato d’un uomo di.senno
alla capanna: perché destino m’è vivere ancora».
E a lui, porcaro Eumèo, rispondevi con queste parole:
«O sventurato straniero, m’hai l’anima proprio commossa,
tutte le tue sofferenze narrandomi, e tutti gli errori.
Ma farmi non saprai convinto che il vero tu dici,
quando tu parli d’Ulisse. Perché senza scopo un tuo pari
deve spacciare menzogne? Ben so ciò che credere io devo
quanto al ritorno d’Ulisse, che odiarono tutti i Celesti,
perché quando tesseva la guerra noi vollero morto
fra le troiane schiere, sepolto da mano d’amici.
Tutti gli Achivi allora gli avrebbero alzata una tomba,
ed alta gloria avrebbe per sé, per suo figlio raccolta.
Invece, senza onore via l’hanno rapito le Arpie.
Ed io vivo in disparte, dei porci a custodia; né mai
vado in città, se non quando, se càpita a caso un messaggio,
qui mi manda a cercare Penelope piena di senno.
Tutti mi vengono allora d’intorno, e mi volgon dimande,
quei che si crucciano il cuore pel re che da tanto è lontano,
e quei che ne son lieti, che a ufo ne mangiano i beni.
Ma io non voglio piú dimandare né chieder notizie,
dal di che un uomo giunse d’Etolia a narrarmi fandonie:
che, avendo ucciso un uomo, vagato per tanti paesi,
giunse alla mia capanna, dove io con amore l’accolsi.
A Creta, ei mi narrò, veduto l’aveano, che presso
Idomenéo, riparava le navi malconcie dal mare;