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32 ODISSEA

gli oggetti d’oro, di bronzo, di ferro dal line lavoro,
che mantenere un uomo potevan per dieci progenie.
E nella casa del re giacean tutti questi cimeli.
S’era a Dodona Ulisse recato, diceva; il responso
voleva udir, dall’alto stormir delle foglie, di Giove,
se ritornar dovesse fra il popolo d’Itaca pingue,
palesemente, dopo l’assenza sua lunga, od occulto.
E mi sostenne e giurò, libando ai Celesti, che in mare
già s’era spinta una nave, che già v’eran pronti i nocchieri,
per ricondurre Ulisse divino alla terra paterna.
Ma pria me rimandò: ché, a caso, una nave tesprota
giunta era, volta verso Dulichio ferace di biade.
Egli ai nocchieri ordinò che súbito al principe Acasto
mi conducessero. E quelli s’attennero a tristo disegno,
contro di me, ché piú ancora gravasse su me la sciagura.
Quando nel mare fu la nave, assai lungi da terra,
súbito contro me macchinarono, a rendermi schiavo.
Via mi strapparon le vesti mie belle, la tunica e il manto,
e mi gittàr su le spalle un lurido cencio e un gabbano
tutti stracciati, quelli che addosso tu stesso mi vedi.
Verso la sera, distinti ci apparvero d’Itaca i campi.
Essi del legno qui mi legarono ai solidi banchi,
con una gomena bene ritorta, ben salda; ed in fretta
scesi sopra la spiaggia del mare, ammannirono il pasto.
Ma facilmente i Numi medesimi sciolsero i lacci
che mi stringevano. E il capo copertomi allor con un cencio,
giú per la liscia scala discesi, e col petto nel mare
ruppi; e facendo remo d’entrambe le braccia, nuotai,
e uscir potei ben presto dal mare, lontan dai nocchieri.
E, asceso il lido, v’eran le macchie d’un florido bosco.