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CANTO XIV 31

e, col rivolger dell’anno, tornarono ancor la stagioni,
sopra una nave in Libia m’addusse, con subdolo cuore,
perche la merce mia con la sua caricassi sul legno; ’
ed egli poi venduto m’avrebbe, e gran prezzo riscosso.
Io lo seguii, sebbene sospetto ne avessi, per forza.’
E dagli spiri spinta di Bora propizio e gagliardo,
giunse all’altezza di Creta la nave. La bieca rovina
qui fissò Giove. Quando lasciata già Creta avevamo,
né terra alcuna piú si scorgeva, ma sol cielo ed acqua,
allora stese il figlio di Crono una nuvola fosca
sopra la concava nave: sottessa si fe’ negro il ponto.
Giove ad un punto tuonò, colpi con la folgore il legno:
questo girò su sé stesso, colpito dal fuoco del cielo,
tutto s’empiè di solfo. Piombarono tutti dai bordi,
e mulinarono, come cornacchie, qua e là per i flutti,
d’intorno al negro legno: ché un Dio li privò del ritorno.
E quivi a me, crucciato com’ero nel cuor, Giove stesso
l’albero della nave dal cerulo rostro, cadere
fe’ sottomano, perché salvarmi potessi. Era saldo:
ed io, strettomi ad esso, dei venti funesti fui preda.
Fui nove di trascinato: nel decimo, a notte profonda,
ini rotolò, mi gittò dei Tespròti alla terra un gran flutto.
Quivi l’eroe Fidone, signor dei Tespròti, m’accolse,
senza volere compenso: ché il figlio m’aveva trovato,
dalle fatiche, dal gelo prostrato, e condotto alla reggia,
e sostenuto, finché fui giunto alla casa del padre,
ed una tunica e un manto mi diede, perché mi coprissi.
E quivi ebbi notizia d’Ulisse. Diceva Fidone
che ospizio aveagli dato mentre egli tornava alla patria.
E mi mostrò le ricchezze che Ulisse aveva adunato.