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30 ODISSEA

misero a sacco, le donne rapirono e i pargoli infanti,
diedero agli uomini morte. Ben presto ne giunse la fama
alla città. Conte udiron le grida, sul fare dell’alba,
corsero; e‘ tutto il piano s’empi di cavalli e di fanti,
di folgorii di bronzo. Qui Giove che i folgori avventa
vituperosa inflisse disfatta ai compagni: ché niuno
far fronte osò; né via s’apri di schivare il flagello.
Molti di noi, trafitti qui cadder dal bronzo affilato:
altri li presero vivi, che li rimanessero schiavi.
E Giove stesso, allora, nel cuore un’idea m’ispirava —
ahimè, quanto era meglio che il fato si fosse compiuto,
ch’io fossi morto in Egitto I Schivati avrei tanti dolori! —
Súbito giú da la testa l’elmetto di pelle gittai,
giú da le spalle l’usbergo, la lancia scagliai dalle mani.
Cosí senz’arme, contro mi feci ai cavalli del sire,
gli strinsi, gli baciai le ginocchia. Ed in salvo ei mi trasse,
e, postomi sul cocchio, mi guidò, che piangevo, alla reggia.
Ben contro me si lanciaron, con l’aste di frassino, molti,
che mi volevano morto: si grande era il loro furore;
ma li respinse quegli, di Giove ospitale temendo
la volontà, che troppo si sdegna dell’opere tristi.
Quivi rimasi poi sette anni; e fra il popol d’Egitto
molte ricchezze raccolsi; ché a me ne offerivano tutti.
Ma quando gli anni poi trascorsero, e giunse l’ottavo,
un uomo venne a me di Fenicia, maestro di frodi,
ingannatore, già macchiato di molti misfatti.
Questi coi fini laccioli mi prese, e convinse che andassi
seco in Fenicia, ov’egli avea le sostanze e la casa.
Qui presso lui rimasi finché fu trascorso quell’anno;
ma quando i mesi e i giorni poi furono tutti compiuti,