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28 ODISSEA

me rispettava l’Ilàcide Castore, ond’ebbi la vita,
cui veneravano al pari d’un Nume le genti di Creta,
per la ricchezza, e la sorte seconda, e la gloria dei figli.
Ma sopravvennero un giorno le Parche di morte, e d’Averno
lui nelle case rapirono; e i figli superbi, i suoi beni
tutti divisero, e a sorte spartirono i lotti. Ben poco
a me diedero in dono, smembrata restò la sostanza.
Ed una sposa condussi, figliuola di genti opulente,
mercè del mio valore: ché io non ero un dappoco,
né paventavo affrontare la pugna. Ora tutto è finito;
Pure, mirando la rèsta, potrai figurarti la spiga,
quale un di fosse. Troppo m’oppresse però la sciagura.
Certo, che Atena e Marte m’infuser nell’animo ardire,
e valentia nella pugna. Quando io trasceglievo i piú forti,
e li guidavo, a danno dei nostri nemici, all’agguato,
mai non correva l’idea della morte a quest’animo prode;
ma trafiggevo con l’asta, lanciandomi primo fra tutti,
quanti dei miei nemici potevo raggiungere al corso.
Tal nella guerra io m’ero. Ma caro il lavoro non m’era,
né custodire i miei beni, per darne agiatezza ai miei figli;
bensi le navi sempre dilette mi furono, e i remi,
e le battaglie, e le lisce librate zagaglie, e le frecce,
tutti gli arnesi di morte che sono per gli altri odiosi:
questi ebbi cari: un Dio nel cuor me n’infuse l’amore:
brama hanno gli uomini, questo d’un’opera, e quello d’un’altra.
Prima dunque che a Troia movesser gli Achivi guerrieri,
già nove volte, a capo di genti e di rapide navi,
terre straniere invasi, facendovi molto bottino.
Quello che piú mi piacesse, per me trasceglievo: la sorte
mi dava un’altra parte. Cosí la mia casa fioriva,