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CANTO XIV 27

per questo m’affliggo io: per Telemaco ho cruccio perenne:
ch’era cresciuto, merce dei Superi, come un virgulto,
ed io simile al padre speravo che crescer dovesse,
tale apparir fra le genti, di forme e d’aspetto ammirando;
ed ora invece, quale non so dei mortali o dei Numi
gli abbia sconvolta la mente: ché nuove a cercare del padre
è andato a Pilo santa. Ma intanto i magnifici Proci
tesa un’insidia gli hanno per quando ritorna; ché spento
vogliono lungi d’Itaca il germe d’Arcisio divino.
Ma pure lui, dobbiamo lasciarlo al suo fato, o sia preso,
o sfugga, e sopra lui protenda la mano il Cronide.
Ma le sventure tue, buon vecchio, tu narrami adesso,
e non mi dir menzogna, ch’io voglio conoscere il vero.
Chi sei? Di quale gente? Di che genitori? Ove sorge
|a tua città? Su che nave giungesti? E com’è che i nocchieri
t’ hanno sbarcato ad Itaca? E questi nocchieri, chi sono?
Perché, di certo, a piedi non penso che tu sii qui giunto!»
E gli rispose Cosí lo scaltro pensiero d’Ulisse:
«Senza ombra di menzogna narrare ti vo’ quanto chiedi.
Ma se noi due ci chiudessimo in questa capanna, e il lavoro
ce lo sbrigassero gli altri, e avessimo quanto bastasse,
cibo e dolcissimo vino, da starcene in pace satolli;
neppur cosi, neppure parlando di séguito un anno,
facile a me sarebbe narrarti le doglie del cuore,
quante dovei patirne, per l'ira e la possa dei Numi. —
Io dalla vasta Creta m’onoro d’avere la stirpe,
e d'un signore opulento son figlio. Molti altri figliuoli
erano nati e cresciuti legittimi nella sua casa,
dalla legittima sposa. Mia madre era stata comprata,
era sua concubina. Ma al pari degli altri suoi figli