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CANTO XIV 25

avidamente, muto, pensando al malanno dei Proci.
Quando ebbe poi mangiato, placata la brama del cibo,
Eutnèo colmò di vino la coppa dov’egli beveva,
e glie la porse colma. Godendo nell’anima. Ulisse
a ricevè, gli parlò con queste veloci parole:
«Caro, e chi dunque è mai quest’uomo si ricco e possente,
come tu dici, che t’ha comperato per servo? Tu dici
ch’egli la morte incontrò per l’onor d’Agamènnone. Ohi, dimmi,
dimmi com’era, se a caso ne avessi uno simil veduto.
Súbito te lo direi: per Giove lo giuro, pei Numi
quanti han dimora in cielo. Ché molto pei mondo ho vagato».
E dei porcari il capo rispose con queste parole:
«Niuno che giunga errabondo convincer saprebbe, buon vecchio,
né la sua sposa, né il figlio, l’arrivo annunciando d’Ulisse:
ché della buona accoglienza profittano tutti; ma poi
spaccian menzogne a vuoto, non dicono nulla di vero.
Qualsiasi peregrino che al popolo d’Itaca giunga,
va dalla nostra regina, si mette a spacciare fandonie.
Quella feste gli fa, lo carezza, e dimanda, e dimanda;
e tra i singhiozzi giú le cadono lagrime fitte,
come s’addice a una sposa, se lungi le muore io sposo.
Buon vecchio, ed anche tu sapresti, se alcuno ti desse
tunica, o veste, o manto, ben presto inventar qualche ciancia.
Ma cani intanto e uccelli veloci saranno in procinto
già di sbranar dall’ossa la pelle d’Ulisse ch’è spento,
o l’hanno i pesci già divorato nel pelago; e Tossa
giacciono sopra la spiaggia, sepolte in un mucchio di sabbia.
Questa la fine sua sarà stata; e in gran lutto ha gittato
tutti gli amici, e me per primo: ché un altro signore
piú non lo trovo, dovunque mi volga, piú buono d’Ulisse,