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236 ODISSEA

«Telemaco, ora sappi, movendo lu stesso alla pugna,
dove I un contro l’altro si provano gli uomini egregi,
onta non fare alcuna dei prodi alla stirpe: che fummo
per forza e per prodezza su tutta la terra famosi».
E gli rispose queste parole Telemaco scaltro:
«Padre, di certo vedrai sin che tu vorrai, con che cuore
schivar saprò la taccia ch’io rechi disdoro alla stirpe».
Cosí disse. E Laerte gioí, disse queste parole:
«Numi diletti, questo che giorno è per me! Quanto godo!
Gareggian di prodezza fra loro mio figlio e il nepote».
E a lui d’accanto, disse la Diva dall’occhio azzurrino:
«Figlio d’Arcisio, a me diletto fra tutti gli amici,
a Giove padre innalza la prece, ed a Pallade Atena,
e poi súbito vibra, e avventa la lunga zagaglia».
Cosí disse; e vigore gl’infuse Pallade Atena.
Levò prima alla figlia di Giove possente la prece;
poi súbito vibrò, scagliò la sua lunga zagaglia,
ed Eupito colpi nelle bronzee gote dell’elmo:
né resse questo al colpo; ma il bronzo fuor fuor vi s’immerse.
Diede un rimbombo cadendo, su lui rintronarono l’armi.
E allor sovressi i primi piombarono Ulisse ed il figlio.
E li colpian con le spade, con Caste bicuspidi. E quivi
lutti li avrebbero uccisi, né alcuno sarebbe tornato,
se la figliuola di Giove, signora de l’egida, Atena,
la voce non alzava, che tutta la turba rattenne.
«D’Itaca genti, tregua ponete alla guerra funesta,
che senza strage si possa comporre la vostra contesa».
Cosí diceva Atena: percossi di bianco sgomento
stettero quelli; e a tutti giú l’armi piombar da le mani,
caddero l’armi a terra, al suon de la voce divina.