Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) II.djvu/234


CANTO XIV 233

per tutta la città volò messaggera la fama
a raccontar dei Proci la misera morte ed il fato.
E chi di qua chi di là correano all’annunzio i parenti,
con gemiti alti ed urli, dinanzi alla casa d’Ulisse.»
E ne portavan via, seppelliano ciascuno le salme;
e davan poi, per farli portare ciascuno alla patria,
quelli dell’altre città, su le rapide navi ai nocchieri.
Poi si adunarono tutti, si strinsero insieme a consiglio.
E nel consiglio, Eupito, levatosi primo a parlare,
ché gl’incombeva sul cuore la misera morte del figlio
Antinoo, primo ai colpi d’Ulisse divino caduto,
per lui versando pianto, parlò queste alate parole:
«Grandi misfatti, o amici, compiè contro tutti gli Achivi,
costui: condusse alcuni di noi, molti e bravi, alla guerra,
e le veloci navi distrusse, distrusse le genti.
Dei Cefallèni il fiore, tornato che fu, quindi uccise.
Su via, prima che Ulisse a Pilo si possa recare,
oppur dove han gli Epèi dominio, ne I’Elide sacra,
si agisca: o svergognati saremo poi sempre in eterno:
ché vituperio per noi sarà tra la gente futura,
se non trarremo vendetta di chi ci trafisse i figliuoli
ed i fratelli! La vita per me non sarebbe piú cara,
ma súbito morire vorrei, rimanere tra i morti.
Via, presto, su, che quelli non debbano prima fuggire!».
Cosí disse piangendo; né fu chi pietà non sentisse.
E dalla casa d’Ulisse, riscossi che furon dal sonno,
giunsero presso a loro Medóne e il divino cantore.
Stettero a loro in mezzo, si ch’ebbe ciascuno a stupire;
e a lor queste parole il saggio Medóne rivolse:
«Vogliate udir le mie parole, Itacesi: non senza