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CANTO XIV 231

Ma gran timore adesso il cuore ni’invade che presto
piombino tutti qui su noi gl’Itacesi; e un messaggio
mandino ai Cefallèni. per ogni città, che li aizzi».’
E gli rispose Cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«Animo, queste paure non facciano ingombro al tuo cuore.
Ma per la via piú breve dell’orto ora a casa torniamo,
ch’ivi mandai Telemaco, e il fido porcaro, e il bifolco,
perché quanto potevano prima ammannissero il pranzo».
Dunque, alla casa bella tornar dopo queste parole;
e quando fra le bene costruite pareti fúr giunti,
quivi trovar Telemaco, e il fido porcaro, e il bifolco,
che assai carni tagliavan, mesceano purpureo vino.
Entro la casa intanto la piccola ancella lavava
e tutto ungeva d’olio Laerte magnanimo cuore,
e un bel manto alle membra gli cinse. E a lui fattasi presso,
rese le membra Atena piú salde al pastore di genti,
ed alto piú di prima, piú pieno l’aspetto gli rese.
Usci Cosí dal bagno. Stupore percosse suo figlio
quando a sé innanzi lo vide, che un Nume immortale sembrava.
E a lui, dunque, rivolto, parlò queste alate parole:
«Di certo, o padre, alcuno dei Numi che vivono eterni
te di grandezza e d’aspetto piú fulgido rese a vederti!».
E gli rispose il saggio Laerte con queste parole:
«Deh, Giove padre, deh. Numi, deh, Atena ed Apollo, se tale
quale già fui quando presi la rocca di Nèrico forte,
del continente alla spiaggia, a capo dei miei Cefallèni,
se tale ancora essendo, le spalle cingendo con l’arme,
in casa nostra stare potevo a te presso, e dei Proci
rintuzzar l’urto! A molti fiaccato avrei pure i ginocchi,
entro la sala; e tu goduto ne avresti nel cuore».