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230 ODISSEA

Ora desisti dal pianto, le lagrime lascia ed i lagni:
in breve io ti dirò, ché molto conviene affrettarsi;
eh entro la Mostra casa ho uccisi i proci arroganti,
il sanguinoso oltraggio. gl’iniqui soprusi ho puniti».
E gli rispose Laerte, gli volse Cosí la parola:
«Se tu che giungi sei veramente Ulisse mio figlio,
un qualche segno dammi, ben chiaro, si ch’io ne sia certo».
E gli rispose Cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«A questa piaga, prima di tutto, rivolgi lo sguardo,
che nel Parnaso un apro m’inflisse col bianco suo dente,
quando ero li: ché mia madre, che tu m’avevate invialo
al padre di mia madre Autòlico, a prendere i doni
ch’egli m’avea promesso quando era da noi qui venuto.
Gli alberi poi ti dirò nel ben coltivato podere
che mi donasti un giorno, quando io te li chiesi fanciullo,
uno per uno, nell’orto seguendo i tuoi passi: tra quelli
camminavamo; e tu mi dicevi il nome d’ognuno.
Tredici peri tu mi donasti, con dodici meli,
quaranta fichi; e poi cinquanta filari di viti
mi promettesti che dati mi avresti; e ciascuno era adulto
già da far uva; e grappoli in essi fiorian d’ogni specie
allor che le stagioni celesti incombeano su loro».
Cosí disse; ed al vecchio mancarono cuore e ginocchia
quando conobbe i segni sicuri che Ulisse gli diede.
Gittò le braccia al collo del figlio suo caro; e svenuto
contro il suo cuore Ulisse tenace divino lo accolse.
Quando rinvenne poi, riprese lo spirto vitale,
di nuovo a lui parlò, gli volse Cosí la parola:
«Oh Giove padre, si, ci siete voi Numi in Olimpo,
se i Proci hanno davvero scontati gl’iniqui soprusi.