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CANTO XIV 229

pianto non I’ ha, ne curato, né il padre; ed e pur nostro tiglio.
Né la sua moglie saggia, Penelope piena di senno,,
pianse nel letto lo sposo, com’era pur debito, e gli occhi
chiuder non gli potè, ch’è l’ultimo dono ai defunti.
E il vero anche di questo rispondi, ché bramo saperlo:
chi sei, di quale gente? Qual’è la tua patria, e i parenti?
Dov’è la nave snella che qui con gl’illustri compagni
t’addusse? O sei tu forse mercante, su nave straniera
qui giunto? E t’hanno qui sbarcato, e son poscia partiti?».
E gli rispose Cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«lo tutto ti dirò, senza nulla detorcer dal vero.
Io d’Alibante sono, dove ho la bellissima casa,
e d’Afidante figlio, cui fu Polipèmone padre.
Chiamano me col nome d’Efèrito; e un dèmone avverso
dalla Sicania qui mi fe’ sbattere contro mia voglia.
Lungi dalla città, nei campi è la nave approdata.
Quanto ad Ulisse, questo che volge è il quinto anno, da quando
ei si parti di li, lasciò la mia terra materna.
E pur, quand’ei parti, da destra volaron gli augelli
fausti, sicché, gioendo, gli diedi il congedo; ed anch’egli
lieto parti: ché il cuore d’entrambi sperava la gioia
di rinnovato ospizio, di fulgidi doni scambiati».
Cosí disse; e sul vecchio di cruccio una nuvola negra
si effuse: ambe le mani rempiute di livida polve,
giú per la bianca testa con gemiti lunghi l’effuse.
E il cuor balzava in gola a Ulisse, pungea le sue nari
empito acerbo, Cosí vedendo suo padre; e su lui
si lanciò, l’abbracciò, lo coperse di baci, e gli disse:
«Io stesso sono quello di cui, padre mio, tu mi chiedi:
dopo venti anni lunghi son giunto alla terra materna.