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228 ODISSEA

d’un uomo ospite mio, se vivo è, se vede la luce,
oppur se morto è già, se sceso è alla casa d’Averno.
Ora a te parlerò: tu intendimi, e dammi risposta.
Ospite accolsi un giorno un uom nella casa materna,
giunto alle nostre contrade; né alcuno degli uomini mai
nati in estranea terra riusci piú gradito al mio cuore.
D’Itaca la sua stirpe diceva che fosse: diceva
ch’era suo padre l’eroe Laerte, figliuolo d’Arcisio.
Sotto il mio tetto dunque lo addussi, ben caro lo tenni
ospite nella mia casa, che avea d’ogni bene abbondanza,
doni ospitali gli offersi, che piú mi sembravano adatti:
sette talenti d’oro di fine lavoro gli diedi,
tutto d’argento un cratere gli diedi scolpito di fiori,
poi dodici mantelli a un doppio, e altrettanti tappeti,
dodici belle vesti con dodici tuniche; e inoltre
gli diedi quattro donne, maestre di egregi lavori.
di bello aspetto, quelle che scegliere piacque a lui stesso».
E gli rispose, le guance bagnando di lagrime il padre:
«Straniero, a quella terra che dici tu sei proprio giunto,
ch’ora è sotto il dominio di genti arroganti e superbe.
Doni ricchi gli offristi; ma furono vani quei doni:
ché se tra il popolo d’Itaca vivo l’avessi trovato,
non ti lasciava partire, se pria non t’avesse ospitato,
offerti cari doni: che n’ ha, chi primo offre, diritto.
Ma prima questo dimmi, rispondimi senza menzogna:
quanti anni già son corsi, dal di ch’ebbe ospizio in tua casa
l’ospite sventurato, mio figlio, se fosse ancor vivo,
quell’infelice! Ma certo, lontano agli amici cala patria,
l’han divorato i pesci nel pelago; oppur su la terra
è divenuto preda d’uccelli, di fiere; e sua madre