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226 ODISSEA

Cosí quell’alme andavan volgendo fra loro il discorso
entro le case d’Averno, negli anfratti bui della terra.
E quelli, uiciti dalla città, presto giunsero al campo
ben coltivato, bello, del vecchio Laerte. Laerte
stesso l’avea guadagnato, col frutto di grandi travagli.
Quivi la casa aveva: correan tutto intorno le stanze,
dove solean mangiare, dormire, posar dal travaglio
gli schiavi che attendevan solerti al lavoro dei campi.
E qui. lontano dalla città, nel podere, una vecchia
sicula c’era, e curava con tutto l’amore il vegliardo.
Qui tali detti Ulisse rivolse al vegliardo ed ai servi:
«Adesso, entrate prima voi tre nella solida casa,
e per il pranzo un porco sgozzate, il migliore di tutti;
e intanto io cercherò nostro padre, per fare la prova
se pur mi riconosce, se san gli occhi suoi ravvisarmi,
o s’ei non mi ravvisa, che fui tanto tempo lontano».
Dette queste parole, ai servi die’ l’armi di guerra,
e quelli, senza indugio, entrarono in casa. Ed Ulisse
al fertile podere si fece piú presso, cercando.
Né com’egli v’entrò, trovò Dolio, il fedele capoccia,
né v’era alcun dei figli rimasto, né alcuno dei servi,
ma tutti erano andati lontano, a raccogliere pruni
per raggiustare al podere la siepe; e lor guida era il vecchio.
E nel podere, lutto curato, trovò solo il padre,
che custodiva una pianta. Vestiva una tunica grama,
sudicia, rattoppata. Dintorno agli stinchi, gambiere
di cuoio, piene anch’esse di toppe, a riparo dei graffi;
e nelle mani, a schermire le spine, avea guanti; e un berretto
di cuoio in capo: Cosí faceva piú misera mostra.
Or, quando Ulisse tenace divino, stentare Io vide