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CANTO XIV 223

terribili procelle levando, ed eccelsi marosi?
Oppur sovra la terra v’uccisero i vostri nemici,
mentre preda di buoi facevate, e di pecore belle;
o mentre pugnavate per la vostra città, per le donne?
Dammi risposta a ciò ch’io ti chiedo: ch’ospiti siamo.
Non ti ricordi quando son giunto alla vostra dimora,,
insieme a Menelao divino, a convincere Ulisse,
che ad Ilio insiem con noi’venisse sovresse le navi?
Per un intero mese durò quel viaggio, e a fatica
potemmo far convinto Ulisse eversore di rocche».
D’Anfimedonte l’alma rispose con queste parole •
«Tutto rammento quello che dici, divino signore:
e lutto io ti dirò, senza punto scostarmi dal vero,
qual fu la nostra morte, la nostra misera fine.
Noi bramavamo la sposa d’Ulisse, da tanto lontano;
ed essa nè schifava le nozze, né pur le compieva,
ché contro noi macchinava la morte e la livida parca;
e la sua mente aguzzò, per ordire un nuovo tranello.
Una gran tela ordi nella reggia, ed a tesserla imprese,
lunga lunga e sottile; poi queste parole ci disse:
«Giovani miei pretendenti, poiché spento è Ulisse divino,
pazienza abbiate, per quanto bramosi di nozze, ch’io compia
questo mantello, si che perduto non vada il già fatto.
Per Laerte l’eroe sudario deve essere, il giorno
che de la morte dogliosa la sorte ferale lo colga,
che delle donne Achee rampognarmi taluna non debba
che senza manto giaccia, chi tanti conquiderne seppe».
Cosí disse; e restò conquiso il nostro animo altero.
Ella, pertanto, di giorno la gran tela a tessere imprese,
e poi di notte, accese le fiaccole, tutto sfaceva.