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CANTO XIV 221

E allor balzali via sarebber sui duri navigli,
se un uora non li frenava maestro d’antica saggezza.
Nestore, il cui consiglio parso era anche prima il piú saggio.
Questi, pensando al meglio, Cosí cominciava a parlare:.
«Qui rimanete. Argivi! Figliuoli d’Achei, non fuggite!
Questa è la madre sua, che sorge dal mar con le Ninfe
divine, per vedere la salma del morto figliuolo!».
Cosí disse. E il tremore cessò dei magnanimi Achivi.
E a te d’intorno stetter le figlie del vecchio del mare,
miseramente ululando, si cinser di vesti fragranti.
E tutte e nove le Muse, le voci soavi alternando,
te compiangeano; nè avresti veduto verun degli Achivi
scevro di pianto: Cosí li toccava l’arguta querela.
Per dieci e sette di, parimenti di giorno e di notte,
qui ti piangemmo, genti mortali coi Numi immortali:
il diciottesimo al rogo ti diemmo. e a te intorno di molte
pecore pingui sgozzammo, con molti fulgenti giovenchi.
Qui nella veste divina fra copia d’unguenti bruciasti
e di soave miele. E molti giravano Achivi
tutti nell’arme chiusi, d’intorno a la pira fiammante,
pedoni e cavalieri; ed alto suonava il frastuono.
E quivi, poi che t’ebbe consunto la fiamma d’Efesto,
sul far dell’alba, Achille, raccogliemmo Tossa tue bianche,
nel vino immune d’acqua, nel balsamo; e un’anfora d’oro
ci die’ tua madre; e disse che il nume Diòniso a lei
l’avea donata: ed era lavoro d’Efèsio famoso.
E qui giacciono l’ossa tue candide, o fulgido Achille,
e insiem quelle di Patroclo, il morto figliuol di Mcnezio;
e a parte giaccion quelle d’Antiloco, a te piú diletto,
poi che fu Patroclo spento, su tutti gli altri compagni.