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CANTO XIV 219

Frattanto Ermète, il Nume cillenio, gli spirli dei Proci
fuor dalle membra chiamava. Stringeva nel pugno la verga
aurea, bella, con cui degli uomini gli occhi sopisce,
quelli che vuole, ed altri ne desta giacenti nel sonno.
Le sospingea con questa, seguivano quelle stridendo.
Come allorché vipistrelli nel cavo di fonda spelonca
stridono svolazzando quando un dalla rupe giú cade,
donde in catena pendevano, e stretti si tengono a sciame:
cosi stridendo quelle movevano; e a tutte era guida
il salvatore Ermète, pei tramiti d’ombra velati.
Giunsero presso ai rivi d’Oceano, presso la pietra
Leucade, presso le porte del Sole, ed al popol dei sogni
giunsero; e tosto di qui pervennero al prato asfodelo,
dove han dimora l’alme, parvenze di genti defunte.
Quivi trovaron l’alma d’Achille figliuol di Pelèo,
di Patroclo, d‘ Antiloco scevro di macchie, e d‘ Aiace,
che per bellezza di forme, per forza di membra era il primo
fra i Danai tutti, dopo l’egregio figliuol di Pelèo.
D’intorno a lui questi tre s’aggruppavano. E ad essi, crucciata