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214 ODISSEA

che romoreggia dal cielo: sicché tutti i fidi compagni
furono spenti; ed ei solo sfuggi la Parca fatale.
E come giunse all’isola Ogigia, e alla fata Calipso,
che lo trattenne, per brama che aveva di farlo suo sposo,
e lo nutria nella cava spelonca, e promessa faceva
che lungi essa terrebbe da lui la vecchiaia e la morte;
ma non potè neppure Cosí far convinto il suo cuore.
E come, dopo molti travagli, poi giunse ai Feaci,
che di gran cuore onore gli fecero, come ad un Nume,
ed alla terra patria lo addussero sopra una nave,
dandogli bronzo ed oro, con molta abbondanza di vesti.
Questi fúr gli ultimi accenti ch’ei disse; ed il sonno soave
piombò su lui. che scioglie le pene e gli affanni del cuore.
E qui la Dea dal ciglio cilestre ebbe un altro pensiero.
Quindo le fu sembrato che Ulisse goduto abbastanza
della sua sposa avesse il talamo e il sonno soave,
dal mar tosto la Dea suscitò mattiniera, dal trono
d’oro, perché recasse la luce ai mortali. Ed Ulisse
surto dal morbido letto, Cosí favellava alla sposa:
«O sposa, entrambi sazi noi siamo oramai di travagli,
tu. nell’attesa qui piangendo il mio crudo ritorno,
io mentre Giove e gli altri Celesti fra mille iatture
lungi tenevan me dal suol della patria diletta.
Ma ora. poi ch’entrambi ci unisce di nuovo un sol letto,
i beni raduniamo che addotti ho con me. nella casa.
Ed il bestiame che a me distrutto hanno i Proci arroganti,
molto ne avrò, facendone preda, altro ancora gli Arhivi
ine ne daranno, finché riempiute non abbia le stalle.
Ed ora. dunque, al nostro podere alberato mi reco.
per rivedere il buon padre, che li giace, immerso nel cruccio.