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212 ODISSEA

né cibo mangian mai commisto con grani di sale,
che mai non han veduti navigli dai fianchi rubesti,
né maneggevoli remi che sono come ali alle navi.
E questo chiaro indizio mi disse, né a te lo nascondo:
quando, imbattendosi in me, un altro che pure viaggi,
un volutabro mi dica ch’io reco su l’omero saldo,
allora il remo in terra, mi disse, dovrai conficcare,
ed immolare vittime elette a Posidone: un toro,
un ariete, e un verro petulco, signore di scrofe.
Ed alla patria quindi tornare, ed ai Numi immortali
ch’anno nell’ampio Olimpo dimora, offrir sacre ecatombe,
a tutti quanti per ordine. E. infine, dal mare una morte
placida a me verrà, che soavemente m’uccida,
prostrato già da mite vecchiezza; e felici d’intorno
popoli a me saranno: tal, disse, sarebbe il mio fato».
E le rispose queste parole Penelope scaltra:
«Se dunque i Numi a te concedon migliore vecchiezza,
speme pur v’e che tu possa rifugio trovare dai mali».
Queste parole dunque scainbiavan Penelope e Ulisse.
E la nutrice ed Eurinome intanto apprestavano il letto
con le sue soffici coltri, di faci brillanti al fulgore.
E, quando con gran zelo steso ebbero il solido letto,
nelle sue stanze di nuovo la vecchia tornò per dormire,
e la custode del talamo Eurinome ad essi fu guida,
mentre moveano al letto, reggendo due fiaccole in pugno.
Quindi parti, poi che li ebbe guidati nel talamo; e quelli
lieti ripreser l’uso del letto da tanto deserto.
il mandriano frattanto, Telemaco e il fido porcaro
posero fine alle danze, desistere fecer le donne;
e per la casa buia si stesero anch’essi a dormire.