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210 ODISSEA

gli uomini in ogni cosa. Ci diedero i Numi gli affanni,
invidiosi che noi. restandoci l’un presso l’altro,
la gioventú godendo, giungessimo agli anni canuti.
Ora. non t’adirare con me, non serbarmi rancore,
perché non t’abbracciai Cosí come prima ti vidi,
ché sempre il cuore a me di paura gelava nel seno,
ché alcuno, qui giungendo, dovesse con belle parole
trarmi in inganno: ché molti disegnano tristi consigli.
Neppure Elena argiva, la figlia di Giove possente,
mai si sarebbe stretta di amore ad un uomo straniero,
quando saputo avesse che avrebber dovuto gli Argivi
di là novellamente condurla alla terra materna.
A compiere quell’atto d’obbrobrio la spinse la Diva,
né presenti nel cuore da pria la funesta vendetta,
onde anche a noi la doglia dovea primamente venire.
Ma ora, poi che tu m’ hai detto il certissimo segno
del nostro letto, cui niun altro sapea dei mortali,
ma tu soltanto ed io, noi soli con l’unica ancella
Altònide che, quando qui venni, mi diede mio padre,
che custodia per noi del talamo saldo la porta.
Ora I’animo mio, per quanto restio, tu convinci».
Disse; ed in lui suscitò piú viva la brama del pianto;
e si piangea, stringendo la cara, la saggia sua sposa.
Come la terra appare gradita a chi naufrago nuota,
quando spezzata gli abbia Posidone l’agile nave
sovresso il mar, da venti sbattuta e da masse di flutti:
pochi potean sfuggire del mare schiumoso alla riva
a nuoto, e molta a loro salsuggine copre le membra,
quando, sfuggiti a morte, riescono infine alla terra:
similemente apparve gradito alla donna lo sposo.