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CANTO XXIII 209

ch’egli vi giaccia, velli, tappeti e cuscini fulgenti».
Cosí dunque diceva, per metter lo sposo alla prova.
Ma Ulisse, infin crucciato, parlava alla saggia consorte: ’
«Queste parole che dici davvero m’affliggono il cuore.
Chi mai quel letto altrove porterà? Ben arduo sarebbe
anche ad un uomo esperto, se pur non venisse un Celeste,
che facilmente potrebbe portarti anche in terra straniera.
Ma dei mortali nessuno, per quanto fiorente di forze,
potrebbe agevolmente rimoverlo: è in esso un segreto
ch’io solo so: ch’io solo, senza opera d’altri, l’estrussi.
Crescea dentro il recinto d’ulivo un gran tronco fronzuto,
tutto in rigoglio, fiorente, massiccio al par d’un pilastro.
Ed io d’intorno a questo le mura del talamo estrussi,
di ben connesse pietre, poi su lo copersi col tetto,
e con le porte lo chiusi dai ben connessi battenti.
Poi dell’ulivo la chioma di frondi prolissa recisi,
e su dalla radice lasciato un pedale, con l’ascia
lo venni levigando, tirandolo a filo di squadra,
sin che ne feci un piede che tutto forai col trivello;
e, cominciando a piallare, di qui trassi a termine un letto
che d’oro intarsiai tutto quanto, d’argento e d’avorio,
e strisce infin di cuoio vi stesi, di porpora tinte.
Questo è il segreto, donna, ch’io dunque ti dico. Ed ignoro
se il letto ancor si trova dov’era, e se il ceppo d’ulivo
altri tagliato l’abbia, altrove abbia il letto portato».
Cosí disse; e alla donna mancarono cuore e ginocchia,
quando conobbe il segno sicuro che Ulisse le diede.
E allor diritta corse piangendo, ed al collo d’Ulisse
gittò le braccia, il viso gli copri di baci, e gli disse:
«Non adirarti, Ulisse, con me, tu che avanzi in saggezza