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208 ODISSEA

presa la concava lira, destò nei lor cuori un desio
d armoniose canzoni, di bene composte carole.
E la gran c’asa allora fu tutta sonora di piedi
d’uomini clic seguiano le danze, e di donne eleganti.
E dal di fuori, udendo, dicea questo e quel dei vicini:
«Certo la nostra tanto bramata regina, ha sposato,
a sciagurata I Non ha resistito a restar nella casa
bella, del suo consorte legittimo, sin ch’ei tornasse».
Cosí dicea taluno, che nulla sapea degli eventi.
La dispensiera Eurinome intanto lavava ed ungeva
nella sua stanza Ulisse magnanimo cuore; ed un manto
bello dintorno alle membra gli cinse, e una tunica; e Alena
su lui, dal capo ai piedi, profuse celeste bellezza:
e dalla vasca usci che un Nume sembrava all’aspetto,
ed a sedere tornò sul trono onde prima era surto,
dinanzi alla sua sposa, volgendole queste parole:
«O sciagurata, un cuore ti diedero i Numi d’Olimpo
duro come a niun’altra fra quante son femmine in terra.
Con cuor tanto sicuro nessun’altra donna potrebbe
lungi restar dullo sposo che dopo si fieri travagli,
dopo venti anni lunghi, giungesse alla terra materna.
Su via, nutrice, adesso preparami il letto: che anch’io
vada a giacere: che questa nel petto ha un cuore di ferro».
E a lui queste parole rispose Penelope scaltra:
«O sciagurato, non pecco d’orgoglio, né a vile ti tengo,
né mi stupisco troppo. So bene qual’eri d’aspetto
quando Itaca lasciasti sul legno dagli agili remi.
Fuori dal talamo, su, distendigli il letto, Euriclèa,
solido ch’egli stesso foggiava, di salda fattura.
Qui fuori il saldo letto portate, gettatevi sopra,