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CANTO XXIII 207

e tosto queste alate parole a Telemaco volse:
«Lascia, lascia che adesso tua madre mi metta alla prova,
nella mia casa: vedrà, Telemaco, presto, piú chiaro.
Ora, perché son lordo, perché vesto miseri cenci,
per questo ella mi spiegia, né crede ch’io sono il sijo sposo.
Ma or pensiamo al modo che tutto finisca pel meglio:
perché quando taluno dà morte, tra il popolo, a un uomo
che pure dietro a sé non lasci gran copia d’amici,
i suoi congiunti deve lasciare, lasciar la sua patria;
ma noi della città struggemmo il sostegno, i migliori
tra quanti erano giovani in Itaca: a questo rifletti».
E a lui queste parole rispose Telemaco scaltro:
«Provvedi a ciò tu stesso, diletto mio padre: il tuo senno
dicon che quello avanzi degli uomini tutti; né alcuno
degli uomini mortali saprebbe contendere teco».
E gli rispose Cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«Dunque, ti dico quale mi sembra il partito migliore.
Prima lavacri fate, cingete le tuniche belle,
ed ordinate alle ancelle che prendano dentro le vesti.
Prenda poscia il cantore divino la cetera arguta,
e guidi i nostri passi col suono di danza gioiosa,
si che ciascuno, udendo, sia pur viandante che passi,
sia dei vicini, pensi che qui si festeggiano nozze;
sicché per la città divulgarsi non debba la fama
dei Proci uccisi, prima che noi non lasciamo la reggia,
e ci rechiamo al nostro podere alberato: qui poscia
provvederemo al nostro vantaggio, che Giove c’ispiri».
Cosí diceva Ulisse: udito, ubbidirono gli altri.
Presero dunque i lavacri, di tuniche cinser le membra,
misero i loro ornamenti le donne; e il divino cantore