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206 ODISSEA

ardua cosa è «coprire, chi pure abbia «aggio la mente:
ma, tuttavia, dov è Telemaco andiamo, ch’io veda
spenti i superbi Proci, ch’io veda colui che li uccise».
Detto Cosí discese; e il cuor le ondeggiava nel petto,
molto, se interrogare dovesse in disparte lo sposo,
oppur farglisi presso, le mani baciargli ed il capo.
E poiché giunse, ed ebbe varcata la soglia di pietra,
sedè quivi, ad Ulisse di fronte, alla vampa del fuoco,
» alla parete di fronte. Vicino ad un alto pilastro
i quegli sedeva, in terra guardando, attendendo se nulla,
f ora che innanzi a sé lo vedea, gli dicesse la sposa.
Ma muta elia restava, stupore ingombrava il suo petto.
Ed or nel viso a lui lungamente fíggeva lo sguardo,
or non lo ravvisava, coperto com’era di cenci.
E allor parlò, le volse Telemaco questa rampogna:
«O madre, o madre mia cattiva, dall’animo duro,
perché dunque dal padre lontana rimani, e non siedi
vicino a lui, né alcuna parola o dimanda gli volgi?
Niun’altra donna avrebbe di certo si rigido cuore,
che dallo sposo lontana restasse, che dopo venti anni,
dopo tanti travagli, tornato pur fosse alla patria!
Ma nel tuo petto sempre piú duro e d’un sasso il tuo cuore».
E a lui queste parole Penelope scaltra rispose:
«Figlio, nel seno mio percosso è il cuor mio di stupore,
né posso una domanda rivolgergli, non un accento,
neppur gli occhi nel viso fissargli posso io. Se davvero
Ulisse egli è, se questa pur è la sua casa, noi due
meglio potremo l’un l’altro conoscere. Abbiamo dei segni
nascosti a tutti gli altri, che solo noi due conosciamo».
Cosí disse. Ed Ulisse divino tenace sorrise.