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CANTO XXIII 205

ch’arde presso un gran fuoco; e ha me qui mandala, a chiamai li.
Seguimi, dunque, sicché tu e lui vi possiate allegrare
entrambi il cuore; perché, dopo tanti travagli soffitti,
vivo è tornato al suo focolare, e te viva ha trovata,
e il figlio caro; e quelli che oprarono tanto a sub danno,
i Proci, a tutti quanti scontare egli ha fatta la colpa».
E a lei queste parole Penelope scallra rispose:
«Non giubilare ancora, non darti, nutrice, alla gioia:
tu sai quanto bramato giungerebbe Ulisse al suo tetto,
da tutti, e piú da me, dal figlio che abbiam generato.
Però questa novella non è come tu me la narri:
ma dei Celesti alcuno trafisse quei prenci arroganti,
che si sdegnò della loro superbia, e dei loro misfatti,
però ch’essi a nessuno degli uomini aveano rispetto,
né buoni, né malvagi, che ad essi giungesse. Per questo,
per la stoltezza loro, patiron la morte; ma Ulisse
ebbe conteso il ritorno, lontan dalla patria è perito».
E le rispose Cosí la fida nutrice Euriclèa:
«Qual motto, figlia mia, ti fuggi dalla chiostra dei denti?
Lo sposo tuo ch’è dentro, che al tuo focolare è vicino,
dici che non è giunto? Incredulo è sempre il tuo cuore!
E allora, un altro segno ti posso mostrare ben certo:
la piaga che col bianco suo dente gl’inferse un cinghiale:
io mentre lo lavavo. la vidi, e volevo a te dirlo;
ma egli m’afferrò, su la bocca mi pose la mano,
e proibi, saggiamente, che a te ne facessi parola.
Seguimi adesso: ch’io per pegno ti do la mia vita:
fammi, se mai t’inganno, morii e di misera morte».
E a lei queste parole Penelope scaltra rispose:
«Cara nutrice, i consigli dei Numi che vivono eterni