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CANTO XXIII 203

E nelle stanze eccelse la vecchia andò, iutta ridente,
per dire alla regina com’era tornato il suo sposo.
Salde le sue ginocchia, veloci salivano i piedi;
e stando a capo al letto, le volse Cosí la parola:
«O figlia mia diletta, Penèlope, sorgi dal sonno,
vedi con gli occhi luoi ciò che tu notte e giorno bramavi!
Tornato è Ulisse, è giunto, sebben dopo tanto, al suo tetto,
ha morte inflitto ai Proci, flagello di questa dimora,
che divoravano i beni, faceano sopruso a tuo figlio ’.
E le rispose Cosí Penèlope piena di senno:
«Pazza, mia cara nutrice, t’ han resa gli Dei, ch’àn potere
di rendere demente chi pur possedesse gran senno,
e avviali talora, invece, su vie di saggezza lo stolto:
essi t’ han leso: prima diritta tu avevi la mente.
Perché vuoi farmi danno, se tanto già debbo soffrire?
Tali stoltezze per dirmi, mi désti perfino dal sonno,
che dolcemente or ora coperte m’aveva le ciglia?
Che mai non ho Cosí dormito, dal giorno che Ulisse
di qui parti per Ilio, per quella città maledetta.